Inbreeding: un nemico a volte invisibile

L’inbreeding è una pratica allevatoriale molto nota e utilizzata in passato, quando l’allevamento si basava soprattutto su pratiche tramandate da una generazione all’altra, fondate più su nozioni empiriche che scientifiche.

I primi studi scientifici in campo genetico, furono condotti da Mendel, un monaco cecoslovacco, a partire dalla seconda metà del 1800 e, il concetto di gene, è stato introdotto solo nel 1910, mentre l’allevamento selettivo da parte dell’uomo è praticato fin dalla preistoria, quando l’uomo da cacciatore raccoglitore, divenne agricoltore e allevatore. A volte si commettono errori in buona fede, perché si utilizzano metodi che la genetica moderna considera deleteri per le specie che si allevano. Gli effetti deleteri dell’inbreeding, non sono spesso immediatamente visibili, ma si evidenziano nelle generazioni successive, quando il danno è così esteso da diventar difficile da combattere. Si parla d’inbreeding per descrivere la pratica di far accoppiare tra di loro soggetti strettamente affini o imparentati. Tale pratica non avvantaggia la variabilità genetica dei soggetti ottenuti. Se da un lato rappresenta una scorciatoia, per fissare nel patrimonio genetico alcune caratteristiche, dall’altro, aumenta esponenzialmente la possibilità di rendere evidenti caratteristiche negative. Se nel DNA dei genitori vi sono delle tare genetiche recessive latenti, il successivo re-incrocio può rendere i difetti evidenti e manifesti.

Generalmente si ritiene di essere esenti da inbreeding, perché non si fanno accoppiare tra loro soggetti strettamente imparentati, ma non è così. Il paradosso in questo caso consiste nel fatto che, pur non accoppiando soggetti imparentati tra loro, ma semplicemente affini da un punto di vista genetico, incappiamo in una forma d’inbreeding definita per “affinità genetica”.

E’ possibile calcolare questa forma d’inbreeding, tramite un parametro che si chiama: coefficiente d’inbreeding (COI), che calcola il numero di loci omozigoti, dovuto a strette affinità tra diversi soggetti, non necessariamente parenti. I genetisti calcolano che il 6,5% di omozigosi, sia il limite massimo tollerabile in una popolazione, per essere relativamente protetta da nascite con tare genetiche. Gli allevatori, spostano questo parametro verso l’alto, fissandolo in circa il 12,5%. Il fatto è che  COI anche più elevati di questa percentuale, sono facilmente riscontrabili in soggetti provenienti da linee di sangue strettamente affini. Oltre a causare un generale impoverimento del patrimonio genetico, l’inbreeding crea notevoli problemi al sistema immunitario, rendendolo più facilmente vulnerabile a malattie di ogni sorta.  La scarsa fertilità sia dei maschi sia delle femmine, il basso tasso di natalità dovuto a un riassorbimento dei feti, la nascita elevata di cuccioli morti, segni di schizofrenia o un comportamento eccessivamente irritabile, sono tutte sintomatologie secondarie da ricondurre in moltissimi casi a una forma d’inbreeding.

A peggiorare la situazione, intervengono anche  i concetti di: popolazione effettiva; frequenza genetica; deviazione genetica casuale. Questo è oltretutto tanto più vero quanto più piccola ed ibridata è la popolazione che stiamo studiando. Come? Facciamo una semplice supposizione e vediamo come potrebbero essere andate le cose per una famosa malattia genetica dei gatti persiani, la PKD. La malattia è iniziata con una mutazione genetica avvenuta anni fa e che, supponiamo, si sia verificata in un persiano maschio morto all’età di circa 7-8 anni, la vita media di un gatto affetto dal morbo. Il gatto si è normalmente riprodotto, generando, all’insaputa del suo allevatore, gatti affetti da PKD. Ora se ciò fosse avvenuto in una popolazione ampia, la frequenza genetica con la quale la malattia si sarebbe manifestata, sarebbe rimasta comunque bassa, addirittura sarebbe potuto casualmente avvicinarsi allo 0% e scomparire, se si fosse verificata una deviazione casuale al ribasso. Ma questa circostanza non si è verificata, però, se fosse partita subito selezione contro il gene, con il ricorso del maggior numero di esemplari sani disponibili, si sarebbe potuto contenere la frequenza genetica della malattia. Invece, gli allevatori di persiano presero coscienza in ritardo del morbo, il quale, presentandosi in una popolazione di riproduttori non così ampia come si ritiene, complice una  deviazione casuale che, invece di diminuire la frequenza genetica, incrementò la stessa nei primi anni di diffusione del gene, ha portato l’attuale diffusione della PKD nel persiano ad una percentuale stimata di circa il 35% .

E’ quindi evidente che allevare in maniera consapevole, non significa prendere due gatti di sesso opposto, magari figli di campioni appartenenti alla stessa varietà e farli accoppiare. Un allevatore consapevole, si documenta sempre sull’ascendenza dei gatti che utilizza in allevamento e studia accuratamente le linee di sangue dei suoi riproduttori; per questo è fondamentale che i documenti genealogici di cui dispone, siano i più precisi possibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Potrebbero interessarti anche...